Briciola, Luna e Wanda, rispettivamente un cane, un gatto e un pesce rosso di sesso femminile, si ritrovano improvvisamente sole, abbandonate in casa dal loro padrone che, uscito come ogni sera per andare in un posto che loro non conoscono, questa volta sembra non tornare; sono animali ma allo stesso tempo sono come persone senza pelle, carne nuda esposta al mondo. I due più giovani talenti del nucleo artistico del Teatro Stabile di Torino, Diego Pleuteri e Leonardo Lidi, che qui cura anche la regia, dopo aver firmato insieme Come nei giorni migliori, si incontrano ancora in un testo che è una metafora della sopraffazione a cui si è sottoposti, a vari livelli, da una società fintamente empatica.
Possibile davvero che qualcuno sparisca così da un momento all’altro? Che qualcuno la cui presenza diamo per scontata senza dare nessuna spiegazione ci lasci soli a noi stessi? Briciola, Luna e Wanda si trovano ad aspettarlo, senza certezze, ma nella convinzione e nella segreta speranza che tornerà. Eppure non torna. Briciola piange. Luna si gode – o finge di godersi – la solitudine. Wanda nuota nella sua boccia d’acqua, si dimentica, e nuota, si dimentica ancora. Giocano, litigano, affrontano per come possono la mancanza di Lui. Guardano una televisione sempre accesa, come una presenza posticcia lì a rimpiazzare l’assenza degli altri. Ma, ora dopo ora, il fatto che Lui non ci sia non è più solo questione di nostalgia, ma diventa anche un problema di sopravvivenza.
Del resto, loro a quella casa non appartengono. Possono viverci solo perché Lui glielo permette. E ora che Lui non c’è? Come fare per superare la sua assenza? Le pareti domestiche che dovrebbero proteggerle si stringono fino a diventare una prigione, una trappola che mette a rischio la loro incolumità. Lì, nel muro, una finestra chiusa promette un prato che non possono – e forse non sanno – più abitare. E mentre, abbandonate, cercano di capire dove sia finito Lui, fuori la domanda si allarga: dove sono finiti tutti?
In dialogo con Come nei giorni migliori anche lo spettacolo Resteremo per sempre qui buone ad aspettarti – suo dichiarato e allo stesso tempo così diverso seguito – potrebbe dirsi un testo d’amore. Un infinito amore per qualcuno che ci tiene vicini, che ci tiene al sicuro, che, in fondo, ci permette di vivere. L’unico sguardo che delinea i contorni della nostra esistenza. Un amore che è tanto domestico – o addomesticato? – quanto crudele. Un amore cieco e sproporzionato, pieno di affetto e di dipendenza. Quanta violenza si nasconde in questa dipendenza, e quanto amore? Chi più di un animale domestico potrebbe conoscere quest’ambivalenza? Briciola, il cane, con Lui è cresciuta fino a somigliargli. Di Lui conosce tutto, il suo odore, il suo sapore, i suoi ritmi, le sue routine. E in sua funzione ha imparato a riconoscere anche se stessa. E se tornasse libera? Se tutte e tre tornassero libere, cosa sarebbe di questo amore? Potrebbero sopravvivergli? Chissà. Questa è una domanda a cui nessuna delle tre, protette e imprigionate fra le mura di casa, può ancora rispondere.
Ancora una volta c’è bisogno di Lui, che apra la porta, per compiere una scelta fra libertà e dipendenza. Ma, ancora, questa dipendenza è tanto più dolorosa perché piena d’amore.